Badia Polesine porta nel nome questa abbazia. Per secoli fu una piccola potenza feudale e perfino una diocesi, affacciata sull’Adige.
Le origini risalgono al X secolo, alle donazioni del marchese Almerico di Mantova e della moglie Franca. Il documento più sicuro è del 6 dicembre 954. Quel giorno Franca, ormai vedova, dispose che la basilica di Santa Maria presso l’Adige fosse ricostruita. Contribuì anche Ugo di Toscana. Un primo abate è documentato nel 961, e nel 993 il monastero benedettino risulta in costruzione.
Una piccola potenza sull’Adige
Il 26 dicembre 996 l’abbazia ottenne l’indipendenza feudale. Intorno all’anno Mille, sotto papa Silvestro II, divenne una diocesi soggetta direttamente alla Santa Sede. L’imperatore Federico Barbarossa nel 1177 e papa Celestino III nel 1196 ne confermarono i privilegi.
Dal 23 settembre 1213 l’abbazia passò ai monaci camaldolesi. Si aprì una lunga stagione di studi. I monaci crearono una biblioteca ricchissima e una scuola di filosofia, teologia, canto sacro, arti e scienze.
Il lungo tramonto
Dal XV secolo cominciò il declino. L’abbazia perse il potere temporale e fu affidata «in commenda», cioè a ecclesiastici esterni.
La Repubblica di Venezia la soppresse l’11 aprile 1789. Nel 1792 fu abolita anche come diocesi: le sue parrocchie polesane passarono alla diocesi di Adria-Rovigo, quella di Rubano a Padova.
In epoca napoleonica, dal 1810, la grande basilica romanico-gotica fu chiusa e quasi del tutto demolita. Il complesso passò alla famiglia francese d’Espignac. Altari e arredi presero la strada di altre chiese, tra cui San Michele Arcangelo di Canda.
Ciò che resta
Oggi restano la cappella absidale, il campanile pendente e il chiostro duecentesco. Nell’abside, gli affreschi di Filippo Zaniberti raccontano i Miracoli della Vergine.
Sono frammenti, ma parlano forte. Sotto le arcate del chiostro il tempo sembra rallentare. Camminando tra queste pietre si intuisce la grandezza perduta di un monastero che fu insieme chiesa, scuola e signoria.




