A Lusia chi coltiva insalata ha un nome tutto suo: «salatari». E il paese, a ridosso dell'Adige, si è guadagnato il soprannome di «Capitale degli Orti». Ma questa vocazione non è antichissima, e soprattutto è nata da una disgrazia.
Il disciplinare dell'IGP racconta che verso la fine dell'Ottocento l'ultima rotta dell'Adige ricoprì queste campagne di sabbia. Era solo l'ultimo episodio di una lunga serie: prima ancora i rami del Tartaro, in età preromana e nell'alto Medioevo, e poi le rotte dell'Adige nei secoli successivi avevano steso strati di sabbie alluvionali. Su quei terreni grano e mais rendevano poco, e gli abitanti li abbandonarono. Le dune lasciate dall'ultima piena furono spianate poco a poco, fino al 1960.
La sabbia, però, si rivelò adatta agli ortaggi. Ai primi del Novecento compaiono le prime colture orticole, aiutate anche dall'acqua: la falda, alimentata dall'Adige, resta alta e mantiene il terreno umido, tanto da permettere di coltivare anche a luglio e agosto. I primi documenti sono quaderni manoscritti di produttori degli anni Trenta: nel 1933 vi compaiono le parole «latuga» e «salata» per indicare la cappuccia. C'è anche la lettera di un orticoltore a un'autorità ecclesiastica, che descrive la fatica di vendere il raccolto.
Negli anni Cinquanta nasce la Centrale Ortofrutticola di Lusia e arrivano le prime statistiche: nel 1956 le insalate sono già il secondo prodotto del mercato locale, dopo la patata. Negli anni Sessanta alcuni commercianti lusiani notano al mercato di Verona una lattuga diversa, la «gentile», e ne portano a casa il seme. Da allora le varietà sono due: la cappuccia, a foglia compatta e ondulata, e la gentile, a foglia bollosa e frastagliata.
Nel 2009 l'Insalata di Lusia è diventata IGP. La zona comprende Lusia, Badia Polesine, Lendinara, Costa di Rovigo, Fratta Polesine, Villanova del Ghebbo e Rovigo, più tre comuni del Padovano. Chi attraversa oggi la campagna tra Lusia e l'Adige vede ancora il paesaggio nato da quella rotta: campi orticoli ordinati su una terra sabbiosa.

