Rovigo è stata una città murata. Negli anni Trenta del XII secolo i visconti cittadini, in nome degli Estensi, iniziarono una cinta in laterizio. Secondo la Regione Veneto le mura, di forma pentagonale, furono completate nei primi decenni del XIV secolo. Lungo il circuito si aprivano diverse porte, ciascuna con il nome della chiesa o della strada vicina. Per secoli, chi arrivava a Rovigo doveva passare da una di queste aperture.
Le porte perdute
Le porte ebbero destini diversi. Porta San Giovanni, del 1503, prendeva il nome da una piccola chiesa vicina e fu abbattuta a metà Ottocento. Porta Arquà, anch’essa del 1503, nacque sotto il governo di Andrea Erizzo e recava lo stemma del doge Leonardo Loredan: cadde nel 1845. Porta San Francesco, ricostruita nel 1697, fu demolita nel 1892. Il Portello, la piccola porta pedonale presso il castello, scomparve nella prima metà dell’Ottocento. In meno di cinquant’anni, tra il 1845 e il 1892, la città perse gran parte dei suoi ingressi storici.
Sono sopravvissute Porta San Bortolo, i resti di Porta Sant’Agostino e la Torre Pighin. Per la Regione Veneto, quest’ultima è «l’unico resto di torre di guardia» tra quelle che scandivano le mura. È un frammento minuto, ma prezioso: l’ultima sentinella di un sistema difensivo scomparso. Dal Settecento è un’abitazione, e la si riconosce dal grande camino in facciata. Ai suoi lati restano piccoli edifici, costruiti nei secoli a ridosso della cinta.
Un anello da percorrere
Oggi il tracciato delle mura si può ripercorrere grazie a un itinerario proposto dalla Regione. Si parte dal Castello e si prosegue per Corso del Popolo, l’ex Adigetto, poi Via Mure San Giuseppe, Viale Trieste, Piazza XX Settembre, Via Bortoloni e Piazza Merlin. Si torna per Via Pighin, Via Mure dell’Ospedale e Via Grimani. Molti tratti della cinta sopravvivono inglobati nelle case. Non sempre si notano al primo sguardo: per scoprirli basta camminare piano, con gli occhi attenti ai muri.




